Skip to content Skip to footer

Come fotografare un sistema complesso: il caso Venezia

Fotografare Venezia è più difficile di quanto sembri

Fotografare Venezia è il problema da cui parte questo articolo: come si racconta con le immagini un sistema troppo grande per stare dentro una sola inquadratura.

Qualche giorno fa Simone Rigoni, co-fondatore di ORMA Guides, mi ha girato un articolo. Si intitola Si può fotografare la crisi climatica? e lo ha scritto Elisabetta Zavoli, fotografa documentarista ambientale e National Geographic Explorer: laurea in Scienze Ambientali a Bologna, master in fotogiornalismo, inchieste indipendenti all’intersezione tra ambiente, economia, cultura e società. Una professionista che abita il tema climatico da decenni, con gli strumenti giusti per restituirne la complessità.

L’ho letto sapendo che a luglio sarò guida per ORMA di un workshop di reportage fotografico a Venezia — Il confine tra resistenza e consumo, (11 e 12 luglio). E mentre leggevo mi si è chiarita una cosa che fino a un’ora prima avevo solo intuito: Elisabetta parla, in scala planetaria, esattamente di quello che noi proveremo a fare in scala urbana. Non per analogia: per identità di postura.

Questo articolo vuole raccontare perché.

Gli iperoggetti, ovvero: ciò che non si può vedere

L’articolo di Elisabetta costruisce la sua riflessione su un’intuizione del filosofo Timothy Morton. Nel saggio Iperoggetti, Morton chiama così tutti i fenomeni che esistono in dimensioni spazio-temporali troppo grandi perché l’essere umano possa percepirli in modo diretto e completo. Il riscaldamento globale è il caso paradigmatico: ci attraversa, ci modifica, ci minaccia — ma non possiamo vederlo. Possiamo solo vederne i sintomi locali, sparpagliati nello spazio e nel tempo. Una banchisa che si stacca. Una zona umida che si prosciuga. Un’estate che non finisce.

Da questa premessa si ribalta la domanda iniziale. Come fotografare la crisi climatica diventa si può raccontare visivamente un sistema complesso? E la fotografia — mezzo per definizione legato al frammento, al qui-e-ora dell’inquadratura — è lo strumento giusto per farlo?

La risposta che dà Elisabetta è una cornice etica prima ancora che tecnica. Ogni immagine è sempre contemporaneamente una scelta e una responsabilità. Cosa si mette dentro la cornice e cosa si lascia fuori, da quale distanza si osserva, da quale altezza si scatta: ognuna di queste decisioni è una presa di posizione sul mondo. Fotografare non è mai un atto neutro — è un esercizio di potere. E se te ne accorgi, è anche un esercizio di responsabilità.

Per chi fa questo mestiere da abbastanza tempo, è una frase scomoda

Gruppo di turisti fotografa il Canal Grande con gli smartphone alzati dal ponte di Rialto
Piedi di passanti attorno a una targa commemorativa incastonata nella pavimentazione veneziana

Chi racconta la storia

C’è un secondo passaggio dell’articolo che mi interessa molto. Riguarda il profilo di chi fotografa.

Per oltre un secolo lo storytelling visivo globale è stato appannaggio di una porzione minoritaria di mondo: occidentale, bianca, prevalentemente maschile. Una porzione che ha quasi del tutto ignorato la scienza indigena e ha prodotto narrazioni — spesso involontariamente — funzionali al mantenimento dello status quo. L’aumento delle voci che oggi si occupano di temi ambientali è essenziale. Ma il rischio è duplice: che il tema venga trattato con superficialità e si riduca a estetica, o che venga trattato sempre dalle stesse posizioni di sguardo, producendo bias interpretativi. La conclusione è netta: il problema non è quanto si parla di crisi climatica. È chi la racconta e da dove.

Riportato alla scala urbana, questo mi interessa in modo diretto.

Venezia è stata fotografata miliardi di volte. Quante di quelle fotografie vengono da chi a Venezia abita davvero? Quanto della Venezia che esiste nella nostra immaginazione collettiva viene da uno sguardo interno alla città, e quanto da uno sguardo predatorio su di essa? E quanto di ciò che vediamo quando pensiamo a Venezia è semplicemente la stratificazione di mille cartoline ripetute, riprodotte all’infinito fino a sostituirsi al reale?

Due turisti camminano in calle con bicchieri di caffè da asporto davanti alle vetrine
Persona seduta sui gradini di pietra davanti al portone scuro di una chiesa veneziana

Solution stories e la presunzione di simmetria

Il terzo passaggio dell’articolo è, forse, il più tagliente. Riguarda quello che Elisabetta chiama il problema delle solution stories: le narrazioni che propongono soluzioni tecnologiche alla crisi climatica senza mai mettere in discussione il sistema dei consumi che quella crisi l’ha prodotta. Storie di innovazioni che catturano CO₂. Alberi piantati per compensare voli intercontinentali. Certificazioni che permettono di “neutralizzare” l’impatto di un acquisto. Storie rassicuranti — e proprio per questo problematiche. Permettono a chi le legge di non cambiare nulla. Di sentirsi, in qualche modo, a posto.

Il punto più tagliente è la presunzione di simmetria che attraversa tutto il discorso compensativo: l’idea che ciò che togliamo alla natura possa essere restituito in modo equivalente. Piantare alberi qui per compensare la deforestazione altrove. Ricostruire un ecosistema dopo averne distrutto un altro. La compensazione può mitigare i gas serra globali — ma non può ricostruire la funzione ecologica di un sito degradato, né la biodiversità perduta. Dove c’era un sistema relazionale, mettiamo un’unità di misura che ne quantifichi il valore di scambio.

Lo stesso meccanismo opera, credo, su scala culturale e urbana. Quando una città abitata viene trasformata in scenografia, il discorso pubblico ci rassicura: il turismo porta lavoro, il turismo finanzia la conservazione, il turismo è risorsa irrinunciabile. È una solution story. È simmetrica solo in apparenza.

Quello che si perde è la grana del tessuto sociale, la possibilità di abitare, la pluralità delle pratiche urbane, la lingua, la memoria. E non è restituibile dal saldo positivo del PIL turistico. Una città non è un bilancio.

Mega yacht bianco ormeggiato lungo la riva mentre le persone camminano sul fronte d’acqua
Fila di visitatori lungo un muro davanti a una scultura ai Giardini di Venezia

Venezia, un iperoggetto urbano

Venezia non è una destinazione turistica da fotografare. È, strutturalmente, un iperoggetto urbano: un sistema meravigliosamente complesso che esiste in dimensioni di tempo (la storia veneziana è una struttura geologica di secoli sovrapposti) e di spazio (la laguna, la lingua, i flussi migratori, l’economia turistica europea, i meccanismi globali di rendita immobiliare) troppo grandi per essere comprese da una singola fotografia.

La cartolina di Venezia mente non perché sia mal fatta, ma perché è strutturalmente impossibile che dica la verità su un oggetto così.

I sintomi locali della crisi del sistema-Venezia somigliano in modo inquietante ai sintomi che Elisabetta descrive parlando di clima. Una biodiversità sociale che si appiattisce sulla monocoltura turistica. Una popolazione residente in caduta libera — tristemente sotto i 50.000 abitanti nel centro storico, da quasi 175.000 che erano nel 1951. Una stratificazione economica che riduce ogni metro quadro a un asset di rendita. Un patrimonio architettonico eroso dall’acqua alta, che è letteralmente crisi climatica entrata dentro le case. Una solution story ufficiale — il MOSE, gli ingressi a pagamento, la “regolamentazione dei flussi” — che lascia intatte le cause del problema.

L’overtourism non è un tema separato dalla crisi climatica: è la sua versione in scala urbana, resa manifesta in uno dei posti più fragili che abbiamo. Venezia è un caso di studio. Probabilmente il più paradigmatico che abbiamo in Italia.

Folla compatta di visitatori cammina sulla Riva degli Schiavoni davanti ai palazzi veneziani
Gabbiano appollaiato dentro un cestino dei rifiuti accanto a un cartello di avvertimento

Una fotografia delle relazioni

Alla fine del suo articolo, Elisabetta descrive la proposta positiva: serve una fotografia che impari ad ascoltare un luogo prima di pretendere di rappresentarlo. Una fotografia che non riduca la natura a sfondo per le storie umane, ma che provi a restituire le relazioni — i fili invisibili che legano clima, giustizia, sistemi alimentari, mondo più-che-umano. Una fotografia ecosistemica, capace di riconoscere che anche l’elemento apparentemente più marginale ha un ruolo strutturale nel sistema.

In termini fotografici concreti, questo significa due cose.

Una di postura: stare in un luogo abbastanza a lungo da capirlo, prima di pretendere di rappresentarlo. Sospendere il riflesso dello scatto immediato.

Una di metodo: pensare in sequenze, in relazioni tra immagini, e non in singoli scatti iconici. Costruire un racconto che mostri i legami, non solo gli oggetti. Rinunciare alla fotografia come trofeo per accettarla come strumento di conoscenza.

Palo e bacheca ricoperti di adesivi, volantini e avvisi in una calle di Venezia
Scafo di una grande imbarcazione che occupa l’inquadratura con l’isola di San Giorgio sullo sfondo

Il workshop fotografico dell'11–12 luglio

Il corso di fotografia documentaria a Venezia che farò con ORMA Guides l’11 e 12 luglio si chiama Il confine tra resistenza e consumo. Alla luce di quanto ho scritto sopra, posso descriverlo in modo diretto: è un esercizio di postura ecologica applicato allo sguardo fotografico, in un microcosmo paradigmatico.

Lavoreremo sull’ascolto del luogo, sulla pazienza dello sguardo, sulla costruzione di sequenze che restituiscano le relazioni della città — tra calle turistica e calle residenziale, tra acqua e architettura, tra ciò che resiste e ciò che si è già arreso, tra il giorno della folla e la sera del silenzio.

Il gruppo sarà piccolo. Una giornata che inizia nel pomeriggio e si chiude tardi, con una sera dedicata alla Venezia svuotata — quando i turisti se ne vanno e la città, per qualche ora, torna a respirare. Il secondo giorno: editing collettivo. Imparare che la foto più bella non sempre è la foto più necessaria, e che la forza di un reportage sta nella coerenza dell’insieme molto più che nella perfezione del singolo scatto.

Non mi perderò in tecnicismi. Preferirò allenare la responsabilità.

File di barriere metalliche installate alla base delle colonne di un portico veneziano
Targa in pietra della Parrocchia di Santa Maria Formosa in Campo de la Fava con graffiti sottostanti

Il mio approccio in questo reportage

Faccio il fotografo da venticinque anni, prevalentemente in reportage industriale e corporate. L’ascolto del contesto, l’attesa prima dello scatto, la costruzione di un racconto che restituisca le relazioni di un sistema — sono esattamente le competenze che porto negli stabilimenti. Quello che fa la differenza in un reportage industriale non è l’uso del drone o dell’illuminatore: è la capacità di capire cosa fa quel reparto, perché quella persona sta facendo quel gesto in quel modo, dove finisce la singola operazione e dove inizia il sistema produttivo. Senza quella postura, vengono fuori solo foto di macchine. Con quella postura, viene fuori il racconto di un’organizzazione che lavora.

Il viaggio fotografico con ORMA è l’occasione di mettere in fila, e di esplicitare ad alta voce davanti a un gruppo, il metodo che nel lavoro quotidiano applico per intuizione. Insegnare costringe a quella chiarezza.

– Carlo Perazzolo

Leggi anche: “L’ultima materia prima: fotografia e overtourism” — il seguito di questo ragionamento, scritto dopo il workshop.

VENEZIA, IL CONFINE TRA RESISTENZA E CONSUMO
11-12 luglio 2026

Vuoi imparare a raccontare la complessità di Venezia con la tua macchina fotografica? Scopri il nostro workshop organizzato in collaborazione con ORMA Guides, agenzia di viaggio sostenibile.
prenota ora