Due settimane dopo il mini-workshop fotografico sui “confini” di Venezia ho letto “Il capitalismo delle destinazioni”, e tutto quello che ci stava attaccato. Ne è uscito il pezzo di ragionamento su fotografia e overtourism che a giugno non avevo ancora.
Il 25 luglio, rientrato da poco da Venezia, uno degli algoritmi dei quali siamo tutti più o meno volontariamente sudditi, mi ha proposto un articolo interessante pubblicato su Out Of Feed, la newsletter di VD News. Si intitola “Il capitalismo delle destinazioni” ed è una gran bella ricognizione lunga su cosa succede a una città che decide di usare il turismo come la sua strategia. In coda ci sono una ventina di rimandi ad altri articoli, video, inchieste.
Li ho aperti tutti. Ci ho messo tre giorni e ne è venuto fuori qualcosa in più (parecchio) che il pezzo principale, da solo, non diceva.
Il quadro d’insieme è duro forte: tra il 2012 e il 2025 nei centri storici italiani sono spariti circa 156 mila punti vendita al dettaglio, mentre alloggio e ristorazione crescevano di 19 mila unità e gli affitti brevi del 184 per cento (!!!). Secondo la ricerca Filcams Cgil, più di sette lavoratori del turismo su dieci stanno sotto i 13.950 euro annui, la soglia che definisce il lavoro povero, e nel Mezzogiorno e nelle Isole gli stagionali sotto quella linea sono circa l’80 per cento. Il dato che mi è rimasto in testa però è un altro: per ogni euro speso da un turista, ai lavoratori del settore ne arrivano trenta centesimi. Su Venezia, il contributo d’accesso ha raccolto 5,4 milioni di euro, meno di un sesto dei 37 milioni che la sola imposta di soggiorno genera ogni anno.
In tutto questo, la fotografia come indicatore di flusso compare una volta sola.

Fotografia e overtourism: un muro contro i fotografi
A Fujikawaguchiko, ai piedi del monte Fuji, l’amministrazione ha installato una barriera alta due metri e mezzo e lunga venti davanti al parcheggio di un supermercato. Serve a impedire una fotografia.
Da quel punto si vedeva il Fuji nell’inquadratura più replicata del Giappone, e le persone che arrivavano per rifarla erano diventate un problema amministrativo: rifiuti, giardini privati calpestati, code sul marciapiede. Il Comune ha fatto l’unica cosa che gli restava. Ha tolto la vista. Tiè!
È la prova più letterale che conosca di una cosa che tendiamo a non dirci: la fotografia non è un effetto collaterale del turismo di massa. È una delle sue infrastrutture.
Il meccanismo si vede bene nel set jetting, cioè nello scegliere una destinazione perché l’abbiamo vista in un film. Dubrovnik, dopo Game of Thrones, ha incassato oltre duecentoquarantamila visitatori aggiuntivi in tre anni per centoventisei milioni di euro di spesa, e nello stesso periodo ha visto il centro storico scendere da cinquemila residenti a millecinquecento. Alla fine il sindaco ha dovuto mettere un tetto agli accessi alle mura e limitare le navi da crociera a due al giorno. In Nuova Zelanda, nel 2019, un turista su tre passava per almeno un set cinematografico.
Non c’è un turismo che poi produce immagini. C’è un’immagine che produce turismo. La sequenza è rovesciata rispetto a come ce la raccontiamo, e chi fa il mio mestiere sta dalla parte a monte.
Le immagini non seguono i flussi. Li convocano.
La tonnara che adesso produce immagini
Il rimando che mi ha fermato più a lungo è un racconto di Emanuele Mercurio uscito su Lucy sulla Cultura. Mercurio è autore e regista, ha lavorato per Rai, Sky e Netflix, ed è originario di Favignana. Ci è tornato nel 2025 per stare vicino al nonno e si è ritrovato dentro il set dell’Odissea di Christopher Nolan, dove ha fatto la comparsa.
Racconta l’isola come l’ha vista cambiare: i villeggianti che restavano un mese e finivano per conoscere il pescivendolo, poi i voli low cost, i weekend, i social. Le botteghe sostituite dai locali, i menù che cominciano ad assomigliarsi. Il pistacchio, che a Favignana non cresce, e che nel giro di pochi anni finisce dentro qualunque cosa, più che altro perché è la Sicilia immaginata da chi arriva, non quella che c’è. D’estate decine di migliaia di persone attraversano diciannove chilometri quadrati abitati d’inverno da meno di duemila residenti, sbarcano al mattino, fanno le stesse strade, fotografano le stesse calette e ripartono. L’isola resta lì, ma sempre più spesso come sfondo. A ottobre i locali abbassano le saracinesche e Favignana somiglia a un luna park dopo l’orario di chiusura.
Poi c’è la frase che mi ha fatto chiudere il computer e andare a fare un giro: Mercurio mette in fila le fotografie delle compatte digitali caricate su Facebook, le Stories di Instagram e infine Hollywood, e li definisce “tre modi diversi di produrre la stessa cosa: immagini”.
Tre tecnologie, tre epoche, un solo prodotto. E il dettaglio che rende la cosa quasi troppo perfetta per essere vera: la prova costumi si teneva dentro l’ex Stabilimento Florio, la tonnara che per oltre un secolo aveva organizzato la pesca del tonno e che tornava a essere il cuore produttivo dell’isola. Con una materia prima diversa.
Il tonno finisce ma non le immagini! È questo che rende l’estrazione di immagini un’economia così difficile da regolare: non consuma il giacimento ma lo moltiplica. Più fotografie esistono di un posto e più quel posto diventa fotografabile.

Quello che nel ragionamento di giugno non avevo capito
A giugno, preparando il workshop, avevo scritto qui che Venezia è un iperoggetto urbano nel senso di Timothy Morton, ovvero un sistema che esiste su scale di tempo e di spazio troppo grandi perché una singola fotografia possa contenerlo. La conclusione era che la cartolina di Venezia mente per ragioni strutturali, e non tanto per l’incapacità di chi la scatta. Continuo a pensarlo ovviamente.
Mi mancava la seconda metà però: la cartolina non si limita a mentire. Produce! Ogni immagine identica alle precedenti aggiunge un’unità a uno stock che rende quel luogo più desiderabile, più caro, più affollato e alla fine più vuoto. Otto milioni di visitatori l’anno che scattano dieci fotografie a testa fanno ottanta milioni di immagini annue, quasi tutte degli stessi quattro soggetti. Nessuno l’ha progettato eh, il singolo scatto è innocuo! L’aggregato invece diventa un’industria.
Su Collateral, il 3 agosto, è uscito un pezzo che dà a questa cosa il nome che le mancava: un’economia del desiderio fondata sulla ripetizione dell’immagine. Vediamo una fotografia di un posto, poi un’altra, poi cento identiche, e a quel punto lo desideriamo. Ma quello che desideriamo, dice l’autore, non è tanto il luogo quanto vederci dentro una scena che conosciamo già. Non partiamo più per scoprire qualcosa: partiamo per assistere a qualcosa che abbiamo già visto, e il posto reale finisce per servire solo a confermare l’immagine di partenza.
Se è vero (e a me sembra assolutamente tale) allora la cartolina è un atto economico, nel senso che genera domanda.
Undici e dodici luglio
Il nostro weekend di reportage (costruito in collaborazione con ORMA Guides) si chiamava “Il confine tra resistenza e consumo”. Il titolo definiva il compito: trovare in due giorni i punti in cui quel confine smette di essere un’astrazione e diventa fotografabile.
È stato un lavoro difficile ma dalla grande potenza rivelatrice. Ciascuno dei partecipanti ha fatto i conti con qualcosa di nuovo, cercando di spremere muri, calli, folla e mega yacht in un racconto armonico. Elisa, Marta, Valeria, Stefano e Daniele hanno toccato con mano cosa vuol dire vedere un immagine prima di scattarla, selezionando cosa includere e cosa no in funzione di un messaggio preciso da restituire.
Abbiamo rivisto insieme le immagini di ciascuno, e la soddisfazione è stata grande.

L’obiezione che mi faccio da solo
A questo punto una persona seria si ferma e mi chiede: e tu? Sei arrivato a Venezia con un gruppo, avete pagato una quota, dormito in una struttura, mangiato fuori, occupato calli e vaporetti come tutti gli altri. In cosa saresti diverso dagli ottomila di quella giornata?
Sul piano dell’impronta, in niente. Non abbiamo compensato nulla e non abbiamo restituito nulla al bilancio della città. Il nostro contributo d’accesso vale i suoi cinque o dieci euro come quello di chiunque. Chi nel mio settore vi racconta che il turismo fotografico è sostenibile in quanto tale vi sta vendendo qualcosa ed io, per inciso, vi vendo dei workshop: tenetelo presente mentre leggete.
C’è però un colpo più preciso: un pezzo di Paolo Russo sul Four Seasons di Ostuni. Russo osserva che il Mezzogiorno ha imparato benissimo a vendere la propria immagine, e che il vocabolario di quella vendita è sempre lo stesso: autenticità, lentezza, tradizioni da riscoprire, comunità da preservare. È un racconto potente, dice, e diventa un problema nel momento in cui diventa l’unico possibile. La sua sintesi è che il Sud rischia di passare dall’essere una periferia da assistere a una vetrina da ammirare: cambiano le parole, resta il fatto che il valore di quel territorio continua a essere definito da ciò che può offrire a qualcun altro.
Ho riletto quel paragrafo e poi sono andato a rileggere le mie pagine. Autenticità, lentezza, mestieri che rischiano di sparire, comunità che meritano di essere raccontate. È esattamente il vocabolario di StoryWorks, parola per parola. Non l’ho mica copiato da una brochure regionale perché ci credo davvero! Ma il fatto che ci creda non lo rende meno funzionale al meccanismo. Un fotografo che arriva, dichiara che quel posto è autentico e se ne va con le immagini sta comunque certificando un giacimento.
Non pretendiamo di trovare la soluzione all’overtourism. Nel migliore dei casi solo un modo di starci dentro sapendo cosa si sta facendo.
Nel pezzo di VD News c’è un passaggio che mi ha colpito proprio perché rinuncia alla retorica. Parlando dei cicloturisti e dei camminatori dei grandi cammini, dice che appartengono quasi tutti a una fascia economica medio-alta, che non risolvono il problema di chi il turismo lo subisce, ma che almeno non lo aggravano. E che questo è già qualcosa. Mi sembra il livello di ambizione giusto.
È anche il nostro.
Se non cambia l’impronta, cosa cambia?
Cambia quello che esce, l’esito. E qui i rimandi mi hanno dato tre casi:
Il primo è Barcellona, dove le proteste dell’anno scorso hanno fatto il giro del mondo grazie alla viralità delle immagini delle pistole ad acqua e non grazie ai comunicati stampa. Il Comune ha poi annunciato che dal 2029 gli appartamenti turistici saranno vietati in città. Immagini → pressione → delibera. Fatta!
Il secondo è Cala Finanza, in Gallura. Un resort da oltre duecento milioni promosso dal gruppo brasiliano JHSF davanti all’isola di Tavolara, dentro un’area vincolata dal Piano Paesaggistico Regionale. Il progetto era passato attraverso l’autorizzazione unica ZES, la procedura accelerata che consente di derogare ai paletti regionali. Dopo settimane di manifestazioni, dimissioni e una petizione da quasi centomila firme, a inizio luglio il Comune ha revocato la propria delibera e il Dipartimento per il Sud ha revocato l’autorizzazione. Vale la pena notare che lo stesso strumento, la ZES, è il grimaldello anche a Ostuni. A questo punto l’azione si trasforma in metodo!
Il terzo è quello più inaspettato: a Madrid, nel quartiere della Latina, una famiglia con due bambini piccoli ha fatto causa perché nel loro palazzo quaranta appartamenti su sessanta erano diventati affitti turistici. Rumore notturno, sporcizia, vandalismi, molestie. Gli appartamenti erano tutti perfettamente in regola. A giugno del 2025 il tribunale ne ha ordinato la chiusura immediata e definitiva, con trentasettemila euro di risarcimento, perché quell’attività era incompatibile con il diritto dei residenti alla vita privata e familiare nel proprio domicilio.
La famiglia non ha vinto semplicemente protestando ma documentando. Testimoni, perizie, la deposizione del portiere, il registro di anni di segnalazioni. La documentazione è diventata prova, e la prova ha spostato un diritto. È la stessa postura mentale della fotografia come la intendo io: qualcuno ha deciso che quello che gli stava succedendo era registrabile, ed aveva valore per una battaglia.
Il fotografo di reportage non ha nessun potere diretto su una delibera comunale, e chi si racconta il contrario si prepara una delusione. Ha però una funzione precisa: rendere pensabile un problema prima che diventi discutibile. Le fotografie di Lewis Hine sul lavoro minorile non hanno mica scritto nessuna legge, intendiamoci: hanno però reso impossibile continuare a non sapere. È un mestiere lento e indiretto, e va fatto sapendolo.

Vedere e guardare
Le cose che con StoryWorks facciamo diversamente sono tre, e sono banali in fondo: gruppi piccoli, tempi lunghi sullo stesso soggetto e restituzione a chi abbiamo fotografato, quando è possibile: le immagini tornano alle persone e ai luoghi che le hanno rese possibili.
Sulla seconda, quella dei tempi lunghi, il pezzo di Collateral mi ha dato un argomento che non avevo: cita una battuta di Philippe Daverio sul fatto che a nessuno verrebbe in mente di entrare in una biblioteca per leggere tutti i libri in un’ora e mezza, e la usa per tenere separate due cose che di solito confondiamo: vedere e guardare. Vedere è istantaneo. Guardare richiede di restare fermi abbastanza a lungo perché emerga qualcosa che al primo colpo non c’era. Vale per un dipinto e vale per una città che qualcuno pretende di attraversare in due giorni.
Ecco perché nei nostri percorsi fotografici cerco di dare prima di tutto una indicazione di postura che ha a che fare con l’attesa, con l’osservazione consapevole. Non è tanto una “scelta pedagogica raffinata”, è che prima serve smettere di vedere come si è abituati a farlo. La macchina fotografica è lo strumento più rapido mai inventato per confondere le due cose: ti dà la sensazione di aver guardato quando hai solo visto, e ti lascia pure una prova.
Nessuna delle tre regole è una politica del turismo però. Sono condizioni minime di decenza professionale. Le scrivo perché mi sembra più utile che promettere una sostenibilità che non posso garantire, e perché sono verificabili: se un giorno mi vedete organizzare un workshop da trenta persone in Piazza San Marco, avete il diritto di rinfacciarmi questo paragrafo.
Tre modi di togliere un’immagine
Tre esempi diversi ma simili:
La prima è il muro di Fujikawaguchiko. Dopo l’installazione è stato vandalizzato più volte: qualcuno ci ha praticato dei buchi, all’altezza giusta per infilarci l’obiettivo. Sottrazione imposta → esito: accanimento.
La seconda è sul set dell’Odissea. Le comparse consegnavano il telefono insieme ai vestiti, e per ore nessuno poteva fotografare. Mercurio racconta che dentro quella tensostruttura all’inizio c’era solo silenzio, e poi qualcuno ha attaccato bottone. Dopo trentacinque estati passate su quell’isola si è accorto di conoscere le facce di chi ci abitava tutto l’anno senza conoscerne le vite: sapeva chi preparava il gelato e chi friggeva le arancine, non sapeva come si chiamassero. Una comunità che aveva perso quasi tutti i suoi luoghi di incontro se li è ritrovati dentro un set hollywoodiano. Poi, durante la prima scena, con i fuochi accesi davanti alla cava e la nave di Ulisse ancorata dove da bambini si tuffavano, è comparso un doppio arcobaleno. Nessuno aveva il telefono. Non esiste una fotografia di quella scena. Sottrazione imposta → esito opposto: una comunità.
La terza me l’ha data l’autore di Collateral, ed a conti fatti la più scomoda per me. Racconta una sera in Bretagna, sulla spiaggia di Cherueix, con la marea ritirata e la luce di luglio che non finiva mai. Lui, la moglie e la figlia hanno camminato verso un oceano che restava sempre più in fondo, finché si sono fermati e sono tornati indietro. Non avevano visto niente di speciale. Eppure è la cosa che ricorda con più precisione di tutto il viaggio, e la sua spiegazione è che non c’era niente da fotografare, niente da spuntare, niente da mostrare. Sottrazione scelta → esito: memoria.
Questa terza scena è l’obiezione più seria che si possa muovere al mio mestiere, e non ho intenzione di ammorbidirla. Se il momento migliore di un viaggio è quello in cui non c’era niente da fotografare, allora io vendo esattamente la cosa che rovina i momenti migliori. Ci ho pensato per due giorni e la risposta più onesta che ho trovato è che dipende da cosa la macchina fotografica ti sta chiedendo di fare. Se ti chiede di raccogliere prove del fatto che sei stato in un posto, allora sì, sarebbe meglio lasciarla a casa. Se ti obbliga a fermarti dove ti saresti mosso, a tornare due volte nello stesso punto, a chiedere il permesso a qualcuno e quindi a parlargli, allora ti sta facendo fare la cosa opposta.
Non è mai lo strumento a decidere quale delle due. È chi lo tiene in mano, ed è una scelta che si rifà ogni volta.

La domanda che mi porto dietro, e che pongo a voi!
Quante delle vostre fotografie di Venezia esistevano già prima che le scattaste? Proprio come immagine. La stessa inquadratura, la stessa ora, la stessa luce, viste mille volte prima di partire.
Se la risposta è quasi tutte, è la misura di quanto bene funziona il meccanismo di cui parlavo all’inizio. Vale anche per me, e nel mio caso è pure peggio, perché io quel meccanismo lo alimento di mestiere.
— Carlo Perazzolo
Vuoi imparare a guardare un luogo invece di riprodurne solo l’immagine?
Fonti principali: “Il capitalismo delle destinazioni”, Out Of Feed / VD News, 25 luglio 2026 · Emanuele Mercurio, “Ho fatto la comparsa per l’Odissea di Nolan (e ho ritrovato la mia Itaca)”, Lucy sulla Cultura, 16 luglio 2026 · “Turismo e consumismo dell’arte visiva”, Collater.al, 3 agosto 2026 · Paolo Russo, “Il lusso arriva in Puglia. Ma quale idea di futuro stiamo costruendo?”, VD News, 23 luglio 2026 · “Sopravvivere di turismo”, VD News, 13 luglio 2026 · “Troppi turisti a Madrid: il tribunale ordina la chiusura dei b&b”, VD News, 10 luglio 2025 · “In Sardegna le proteste bloccano la costruzione di un resort di lusso”, VD News, 6 luglio 2026 · Ufficio Studi Confcommercio su dati Camere di Commercio · Filcams Cgil, “Focus sul lavoro povero”.
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